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Edipo è re di Tebe, sposo di Giocasta e padre di quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Per debellare la peste che sta devastando la città, l’oracolo ha detto che si deve scoprire l’assassino del re Laio. L’indovino Tiresia e la stessa Giocasta permettono di chiarire tutta la vicenda: Laio e Giocasta avevano dato il loro figlio ad un pastore perché venisse ucciso, per evitare che si compisse l’oracolo che prevedeva che il re venisse ucciso dal proprio figlio. Edipo scopre così che l’uomo da lui ucciso in una lite sulla strada, era Laio, suo padre. Giocasta scopre di essere la madre, oltre che la sposa di Edipo e si impicca. Edipo, accecatosi per non vedere più il sole testimone del suo delitto, si allontana e affida la città e i figli a Creonte.

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Kakfa sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia

Di Francesca Cingoli

Un ragazzino di quindici anni, insofferente al rapporto con il padre e tormentato dalle insidie di un’adolescenza solitaria, scappa da casa, sale su un pullman e cerca una località lontana dove passare del tempo in solitudine. Si dà come nome Kafka e parte. Un vecchio, delicato e ingenuo, ma ritardato a seguito di un incidente da bambino, vive con i sussidi dello stato: si chiama Nakata e di giorno cerca i gatti, con i quali si trova a suo agio al punto da parlarci insieme. Fin qui nulla di strano, se non che Kafka è un insolito bambino ipersensibile, molto intelligente e intuitivo, che parla con un amico immaginario, il suo alter ego cinico e forte, il ragazzo chiamato Corvo: da anni medita la fuga e si è preparato con lucida e inquietante precisione. Sa controllare il suo sguardo, ogni sua emozione, anche il corpo, con un tenace e massacrante esercizio quotidiano. Sembra sapere bene cosa vuole, mosso da una cupa missione, o forse solo dalla ricerca di se stesso. Quando le due storie parallele, di Kafka e di Nakata, sembrano iniziare il loro percorso, prendendo vita e forma, il genio di Murakami Haruki sterza improvvisamente dalla strada tracciata dalla normalità e si tinge di soprannaturale: un’oscura profezia edipica muove i passi e i pensieri di Kafka, bambini svengono nella foresta vittime di un potere invisibile, e Nakata si trova a fronteggiare nientemeno che Johnnie Walker, proprio quello della pubblicità, con cilindro e pantaloni bianchi, che sgozza i gatti e ne divora il cuore, perché deve costruire un flauto per dominare il mondo. Quando Nakata ammazza Johnnie Walker, chi legge inizia a essere percorso dall’inquietudine e si trova a un difficile bivio: cercare di districare il racconto con le armi della razionalità o della logica, oppure mollare gli ormeggi per abbandonarsi alla fantasia surreale di Murakami Haruki. Inutile dire che la strada della razionalità, che naturalmente tenderebbe a guidare la lettura, porta irrimediabilmente alla disfatta. E allora via, meglio non lottare, ma lasciarsi trasportare dal fascino dell’onirico, in una storia di avventura e sogno, ricerca e incubo, per scoprire come Kafka sulla spiaggia riesce a toccare davvero tutte le corde dell’emozione, attraverso la musica di Beethoven e il pop, la poesia classica giapponese, i ricordi e i segreti della memoria. Un viaggio paranormale nei labirinti dell’essere umano, dell’amore e del significato del proprio esistere, guidati dalla ricerca di un approdo: abbandonato al viaggio, il lettore amerà tutto, anche la pioggia di sanguisughe, le prostitute che recitano Hegel, la foresta invalicabile e l’amore per una ragazzina ormai anziana. Per qualcuno l’approdo sarà la morte, per altri un paese di felicità e purezza. Basta saper aprire la pietra – che verrà svelata dal colonnello Sanders del Fried Chicken, lui in persona – per entrare nel mondo che ci aspetta, e che ci accoglie come una tempesta, un vento fortissimo da affrontare a occhi chiusi. Kafka sulla spiaggia è un romanzo incredibile, che procede con abilità funambolica su piani narrativi diversi, contradditori, visionari, nei quali lo stesso autore sembra entrare per la prima volta insieme a chi legge, immaginando e disegnando al momento ogni particolare, con minuzia a tratti ossessiva. Impressionante gioco della mente, un turbinio di immagini che alla fine si riappacifica, permettendo a tutti, personaggi e lettori, maschere vere o immaginate, di accettare i propri fantasmi, lasciando il cuore sussultare soddisfatto.

non_avevo_capito_nienteDe Silva è l’autore di questo libro piuttosto fortunato commercialmente, che non a caso sta per uscire in versione cinematografica vista la sua dimensione ammiccantemente vicina alla sceneggiatura, più che alla letteratura. Molti hanno insinuato che il libro è nato pensando al cinema.

L’ammiccamento inizia dalla lingua, un lessico a metà tra lo slang del parlato e il manuale di filosofia spicciola da edicola, con pennellate sapienti di partenopeo, che già da sola è uno spot promozionale per il libro.

L’ammiccamento continua nella trama, che traccia con un certo compiacimento un episodio nella vita sgangherata di un piccolo avvocato napoletano irrisolto, padre divorziato part time e legale di piccola fortuna, anche nella sua breve carriera di disincantato difensore di killer della camorra.

Dall’inizio il personaggio sembrerebbe candidarsi ad entrare nell’olimpo degli inetti novecenteschi, ma poi appare chiaro che la luce con cui De Silva lo investe non ha nessuna intenzione di tingersi delle tinte freddine  del sarcasmo.

Per questo sospetto di complicità, ai più tra i lettori è apparso irritante il sorriso dell’autore quando guarda al suo personaggio, sorriso che trapela tra le righe qua e là, dando il sospetto che al suo personaggio l’autore sembri intenzionato a perdonare molto,  invitandoci a a non essere poi così severi con la di lui birichina inadeguatezza morale.

Il personaggio non è piaciuto al gruppo, anche per la sua dimensione tutta terrena,  mai illuminata da un bagliore di idealismo o trascendenza, ma anzi tutto proteso verso la sopravvivenza spicciola anche a costo di camminare con gli scarponi chiodati sulla propria anima; tanto meno sono piaciuti i personaggi satellite, macchiette dipinte come sineddoche di alcuni loro tic, con una tecnica cara ai caricaturisti di strada.

Sullo sfondo il mondo degli oggetti di consumo (i mobiliIkea divengono protagnisti da chiamare per nome, come e più degli umani disumanizzati della storia) fa da specchio a personaggi senza un’anima né una morale, impegnati a tirare avanti come possono sotto il dominio indiscusso degli impulsi primari in una guerra ritualizzata tra marionette sociali.

Unico cameo apprezzato il suo ruolo paterno, lassista e possibilista, a far da contraltare all’ossessività nevrotica della madre (non a caso psicologa, come a sottolineare il contrappasso professionale italiano, dove si opera agli antipodi delle proprie capacità, quasi per far dispetto alle cose).

Particolarmente banale è apparso il finale, dove malgrado le sgangherate avventure forensi, prima assoldato e poi vergognosamente scaricato come legale della camorra, vendica l’abbandono della moglie fidanzandosi con la magnifica preda del tribunale, in un tintinnio di vuoti a perdere che cozzano.

Dal sito: http://www.interruzioni.com

Questo romanzo racconta l’evoluzione di noi esseri umani nelle ultime decadi del secolo.
Le vicende dei protagonisti, infatti, vengono accompagnate da digressioni sociologiche sull’evoluzione storica della società.
Non mancano le notazioni di biologia, fisica, etologia e interessanti sono i riferimenti letterari e filosofici. I dialoghi discutono di idee come avveniva nei bei romanzi tradizionali.

E’ un libro controverso, che, secondo me, vale la pena leggere. Non è una bella narrazione armoniosa, anzi è diseguale e assume spesso i caratteri dell’incubo e del macabro. I protagonisti sono nevrotici, con tratti schizoidi: Bruno, ossessionato dal sesso e dalle ninfette e Michel attratto dalla speculazione razionale, cerebrale forse incarnano gli aspetti complementari del maschio contemporaneo.

Houellebecq coglie inquietudini che scorrono profonde nell’alveo della vita quotidiana ordinata e regolata di tutti.
Materialismo, individualismo, amoralità minacciano l’Occidente, il suo sviluppo pianificato. Alla fine ci si affeziona ai protagonisti, il cui cinismo sembra dettato dalle circostanze, animati in fondo da un umanesimo romantico, che tenta di fuggire l’infelicità.

Le particelle squaderna amare, ma fondate intuizioni: la crisi della paternità, l’orrore della preadolescenza, la competizione tra maschi, psicoanalisi e pratiche terapeutiche alternative, aleatorie quanto superficiali, nel tentativo di tenere lontana la vecchiaia e sostenere identità incerte. Miti sessantottini completamente in frantumi.

Eppure il lettore non sfugge all’impressione che ci sia del vero nelle analisi di Houellebecq. Mi è sembrato un po’ di cattivo gusto l’indulgere eccessivo su suicidi, malattie, morti. Lo scrittore francese conclude il romanzo, prospettando il superamento della specie umana, ormai obsoleta.


L’eleganza del riccio, tutto ambientato nel microcosmo di un fastoso palazzo parigino, si presenta come racconto a due voci, quella dell’attempata portinaia, Reneè, e quella dell’adolescente Paloma, figlia di una facoltosa ma stolida famiglia, ed è la storia di un incontro tra due solitudini geniali in incognito.

Entrambe ipersensibili umaniste, disadattate nel meccanicismo dei comportamenti sociali stereotipati, Reneè e Paloma inizialmente vivono le loro vite in incognito ignare l’una dell’altra.
Entrambe artiste del travestimento, tutte impegnate a indossare la caricatura del proprio ruolo come costume teatrale per nascondere la propria diversità, dissimulano abilmente la loro somma passione, la riflessione filosofica, più che una passione, una necessità, un nutrimento, come l’aria che respirano.
In questo, l’autrice ci suggerisce con un sorriso, non potrebbero essere più diverse da quella pletora di personaggi parassiti che passano davanti senza un saluto alla guardiola di Reneè, tronfi intellettuali o politici o accademici, che la cultura la infestano o la invadono per poterla brandire, come status symbol, ai consessi con i loro pari in un rituale quasi animalesco di esibizione di reciproco potere, antichi in questo come i mammiferi progenitori della foresta.

Ecco allora che la snob travestita da coatta Reneè, che si autodescrive bassa, non bella, non giovane, surrettiziamente avvolta in panni dimessi e ciabatte, si trincera come un riccio nella sua guardiola, così stipata di luoghi comuni che diventa difficile a chiunque (figurarsi a chi è accecato dagli stereotipi e non vede realmente oltre la nebbia dei propri pregiudizi), intravedere che nel retro abita indisturbata un’altra Reneè, vorace e raffinata autodidatta, appassionata di Tolstoj e di letteratura russa, instancabile lettrice di testi universitari di filosofia (che addirittura a volte pericolosamente sbucano fuori dalla borsa della spesa, malgrado fossero astutamente occultati da rape o altri ortaggi d’occasione), entusiasta fruitrice di musica classica, cinema d’autore, alta cucina, che consuma in estasi che sfiorano la sindrome di Stendhal.

L’unica a conoscere il suo segreto, ma impegnata a conservarlo con cura,è la domestica portoghese di una famiglia del palazzo, con cui pure l’autrice ribalta con divertimento wodehousiano lo stereotipo della incolta donna delle pulizie: finissima pasticcera, malgrado la cultura modesta è di animo nobile ed elevato, vera esponente dell’aristocrazia artigiana, la cui squisitezza del gusto galleggia senza sporcarsene sulla volgarità borghese della confusione tra l’eccellenza della qualità e l’eccedenza del costo.

Dall’altro capo della scala sociale, ignara, ma sempre più sospettosa e curiosa dell’esistenza di un’anima affine, l’algida e geniale dodicenne Paloma crede di aver capito l’assenza di senso dell’esistenza – “la gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia” – ricavandone un vuoto così raggelante da convincersi di volere farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.

A far da sfondo ruota come una coda di pavone il mondo aristocratico, vanesio, irritante del palazzo: i Pallières, giornalismo gourmande, al sesto piano, i Josse, politica e letteratura accademica al quinto (la famiglia di Paloma), gli Arthens al quarto, i Siant-Nice e i Badoise al terzo, i Meurisse e i Rosen al secondo e i de Broglie al primo.

Finchè, a smuovere le acque immobili della narrazione, solcata solo dai cerchi concentrici delle riflessioni di Renee e Paolma, arriva come deus ex machina una curiosa figura, molto dotata di grazia, di ricco giapponese, che funge da motore della storia, costringendo le due figure in incognito a uscire allo scoperto, e ad incontrarsi e confrontarsi.

E’ stato difficile parlare di un libro al centro di un così rumoroso tam tam mediatico in cui si giustapponevano sciami di fans osannanti e sciami di detrattori.

All’unanimità la figura di Reneè è risultata più credibile e più delineata di quella abbozzata di Paloma, anche nel lessico.

Tuttavia, pur tra le pesantezze letterarie e filosofiche, il rapporto tra le due figure, configurato in forma di staffetta, è stato trovato riuscito, anche nello sviluppo stilistico con un espediente quasi da scrittura musicale.
Antitetiche socialmente quanto inconsapevolmente affini per gusti e letture, le due figure, inizialmente isolate e non interagenti, vengono guidate dall’autrice in un minuetto che le porta a riconoscersi, sotto i rispettivi travestimenti, così da far convergere le due voci soliste in una polifonia, fino farle divergere poi drammaticamente per sempre al colpo di scena finale, ma non prima che ci sia stata tra le due una proficua “contaminazione”.

Come accennato, nel libro abitano pagine e pagine di abbozzate riflessioni filosofiche, più o meno semplificate (Reneè è pur sempre una autodidatta, per quanto acuta e Paloma è pur sempre una dodicenne, per quanto geniale). Queste tante, per alcuni troppe, pagine, volutamente forse a tratti goffe, a volte forse semplicemente non riuscite o non credibili, sul significato della vita, sull’amore, sulla bellezza, sull’arte, sulla giustizia, sono state il momento più criticato da chi non ha pienamente apprezzato il libro, che le ha percepite come appesantimenti che bloccano la storia, la irrigidiscono. Altri hanno invece apprezzato molto la divagazione filosofica su temi così generali quanto appassionanti, criticando se mai a tratti una certa goffaggine stilistica.

Unanimemente non viene apprezzato l’espediente narrativo finale, ritenuto un modo non troppo elegante di sottrarsi alla necessità di sviluppare il complesso intreccio narrativo creato sciogliendolo nel modo più scontato.


La morte della Pizia si propone come divertissment, ma come sempre in Durrenmatt il divertissment è una crepa a forma di sorriso in un muro alto e troppo vicino a dove vorremmo passare, di cui viene svelata la fragilità e la pretestuosità.

La morte della Pizia è la storia della dissacrazione di un Mito sacro. Al posto dell’eroe dignitoso e vittima del Fato, Durrenmatt ci rifila un Edipo rovesciato, consapevole e lubrico e addirittura desideroso di uccidere suo padre e andare a letto con sua madre. Ma non è il solo rovesciamento che opera.
Anche Giocasta confessa costumi non proprio irreprensibili visto che ci informa che – “innumerevoli uomini l’hanno montata, per non parlare di Prometeo, “quel beone […] che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool”.

Da questi pochi esempi si vede come tra le macerie del consueto fuoco dissacrante della prosa di Dürrenmatt resti una grecità denudata di qualsiasi nobiltà, dove la grandezza del mito viene ridotta a cronache di scaramucce tra personaggi avidi e meschini.

Anche l’istituzione religiosa dei veggenti è spogliata di ogni sacralità e si dimostra nient’altro che un’abile truffa al soldo dei potenti: Tiresia è solo un tirapiedi che maneggia i responsi dell’oracolo in cambio di tangenti su commissione dei ricchi committenti interessati al controllo politico. La protagonista della storia, Pannichide, la pizia delfica, non è che una mitomane vittima dei propri acciacchi e malumori, e inventa storie secondo il personale capriccio del momento.

In questa scena privata della luce mitologica, da cui è scomparso ogni senso del sacro, ogni fede negli dei, su tutto troneggia un cinico razionalismo calcolatore basato sul machiavellismo politico – nel caso di Tiresia – e al totale pessimismo anche se non sistematizzato in alcun sistema filosofico, in Pannichide.

Empii e amorali sono anche gli altri personaggi, vittime del Caso, che nella tragedia di Sofocle il mito illuminava di dignità. Anzi la stessa Pannichide man mano che le si parano davanti ne è un poco nauseata, senza peraltro esser capace di sentimenti più complessi, incapace com’è di una riflessione etica autonoma.

Anche il destino o Fato degli antichi scompare per far posto all’onnipotente Caso che distrugge ad ogni svolta le trame dei deboli sforzi della razionalità umana.

L’uomo di Durrenmatt infatti è più che mai canna al vento in balia del Caso, anzi, senza più leggi morali o sentimenti religiosi, è lo stesso caso a infiltrarsi fino nella sua coscienza svellendo le forze psichiche strutturate per lasciare l’uomo in balia delle forze dell’es, caotico fuoco primordiale della pre-coscienza
Così diversamente dalla concezione degli antichi, i protagonisti della tragedia non sono eroi tragici, coraggiosi soldati nella lotta impari contro il Fato e gli Dei, ma burattini ridicoli, come animali preda delle loro passioni e dei loro impulsi, tuttavia innocenti, perché se non c’è etica né religione non c’è nemmeno peccato, in una luce disillusa che non risparmia niente e nessuno.

Per esempio Meneceo si è buttato dalle mura di Tebe perché non poteva pagare i suoi debiti, e non certo per servire la città col suo sacrificio. Giocasta non si è impiccata per rimorso come tutti credevano, ma è stata uccisa da un amante geloso.

Ma se la riflessione filosofica sull’uomo è nel segno del pessimismo, è un pessimismo che siamo indotti a condividere quando da spettatori onniscienti, Dürrenmatt ci trasforma in figure del dramma in scena, che illusi di conoscere la verità scoprono invece di doverla riguadagnare palmo a palmo mano a mano che l’azione procede, nella totale incertezza della assolutezza di quanto apprendono. Così come ogni personaggio al principio è certo della sua condizione, e questa certezza man mano viene sgretolata, così in questa versione del mito il lettore viene man mano disorientato. Le dinamiche del caso agiscono infatti ad un livello superiore a quello del lettore stesso: è vero infatti che Edipo ha ucciso suo padre per una coincidenza, ma non quella che credeva il lettore, raggirato come i protagonisti dalle mille facce che può assumere la nostra percezione della verità ad ogni svolta.

Per esmpio Giocasta indica il padre del protagonista in una guardia del palazzo; egli viene ucciso dal figlio, poiché faceva parte della scorta di Laio nell’incontro al trivio. Ma come apprendiamo subito dopo, quando a Pannichide appare la Sfinge, Giocasta non è la vera madre, ma la Sfinge stessa, che ha operato uno scambio di neonati nel momento in cui sia il suo figlio che quello nato dall’adulterio di Giocasta stavano per essere destinati a morte. Nonostante fosse a conoscenza dell’accaduto, la Sfinge narra di come si è unita al figlio, senza indugiare troppo in domande, per evitare di “metterlo in imbarazzo”. Nessun senso morale, solo un cinico pragmatismo unito alla soddisfazione dei propri appetiti.

Ad ogni svolta, ad ogni nuovo testimone, quella che pare essere la verità, come una strada troppo curva ci inganna sulla direzione che prende, rivolta le carte in tavola e noi siamo ancora una volta giocati.

Ecco perché il tentativo di Tiresia e Pannichide, nel tentativo di ricostruire gli eventi accaduti, ci appare come un miraggio, che illumina entrambi di una luce comica.
E’ comico Tiresia, fine calcolatore, che crede di poter contrastare il Caso con i suoi piani accuratamente preparati.
E‘ comica Pannichide quando incredula scopre che proprio la sua stupida profezia, pronunciata sciattamente per un capriccioso senso di antipatia per il povero interlocutore, è divenuta mano del caso nel mettere in moto la catena di tragici eventi che tanto dolore apporteranno alla stirpe di Cadmo e agli ingegnosi piani di Tiresia.

Il caso del resto, al contrario del Fato, non ha un disegno intellegibile che possa permettere di sistematizzarlo in una legge o in un piano oggettivi.

Ogni personaggio così costruisce la sua verità ed è pronto a crederci e a difenderla contro tutto e tutti.

E il messaggio di Durrenmatt, nemico di ogni dogmatismo e di ogni fanatismo del pensiero come di ogni illusione della esistenza di una verità assoluta e conoscibile, non può che andare nella direzione di additarci l’inutilità della ricerca della verità, come della pena di Sisifo: per questo ci lascia ammonendoci che “la verità esiste solo nella misura in cui la lasciamo in pace”.


Il romanzo, scritto in prima persona dal protagonista, ruota attorno alla figura di Amin, medico palestinese che a Tel Aviv ha faticosamente costruito una personale storia di successo sociale ed economico, in un’autoaffermazione che per lui è anche raggiungimento di un compromesso simbolico nel segno della scienza e dell’amore per la vita, vissuti come il ponte per superare e seppellire il millenario odio razziale e il conflitto etnico.

Lo scenario improvvisamente si stravolge durante uno dei tanti episodi di esplosione di odio incontrollato, quell’odio che Amin ha saputo così abilmente dominare e incanalare nella speranza di una nuova alleanza.

Durante una vacanza della bella moglie, fulcro decorativo del suo inesplorato universo affettivo, esplode una bomba nel bel mezzo di una festa di adolescenti in un ristorante di Tel Aviv. E’ un massacro. Opera di un kamikaze. In ospedale scatta l’emergenza, un’emergenza che è quotidianeità in Israele.

Arrivano feriti, corpi maciullati, cadaveri. Il chirurgo non si risparmia. Per tutto il giorno e gran parte della notte resta in sala operatoria, passando da un corpo all’altro. Cercando di salvare vite. Alla fine di una giornata interminabile torna a casa stanco e vuoto. La moglie non è tornata. La casa è vuota, come lui. La polizia lo sveglia poco prima dell’alba.

Devono parlargli. Si trova bruscamente di fronte una realtà ancora più dura di quella che ha lasciato in ospedale e che ha ancora negli occhi e sulla pelle.

Sua moglie si è fatta esplodere. Sua moglie è l’attentatrice.

Il medico arabo lodato dai colleghi ebrei per la sua capacità professionale, per l’abnegazione al lavoro e la disponibilità al confronto, diventa per tutti solo il marito della terrorista.

Colpevole agli occhi dei più, malgrado la sua inconsapevolezza, di complicità. Un uomo da evitare, da isolare.

Tutto l’orrore che Amin aveva voluto illuministicamente allontanare da sè come rappresentazione delle pulsioni di odio razziale incontrollate, delle faide etniche, entra prepotentemente nella sua vita con la forza di un bulldozer. L’intelligente medico, l’abile professionista, il razionale scienziato, è tornato canna al vento, è ridiventato pedone in balia della Storia.

Ma è anche la rivendicazione di un mondo primitivo e tormentato da lui volutamente dimenticato nel segno di una volontà di superamento dell’odio che, ci suggerisce l’autore, è forse anche egoistica volontà di strapparsi al peso e alle responsabilità della storia, quella dei popoli e anche la propria storia personale. La Storia come un sistema ricco di energia interna, non può compiere salti impossibili per il proprio stato dinamico, tutte le forze in campo e tutta l’energia imprigionata nel sistema vanno agite fino in fondo e nessun individuo può ignorarle o pensare di arginarle con il fragile paravento della propria razionalità e dei propri egoistici bisogni di pace se i popoli attori, con uno sforzo titanico non hanno trovato il modo di incanalarle e renderle motore per i loro progetti. La Storia procede come una slavina impazzita e guai a chi si trova sulla sua traiettoria.

La discussione sul libro è stata molto feconda, anche se diversamente da altri casi il confronto è avvenuto su posizioni abbastanza vicine.

A giudizio unanime l’identità maschile che si cela dietro lo pseudonimo è facilmente smascherabile.

Nella discussione viene stigmatizzato da più parti il narcisismo egocentrico del protagonista che su una vicenda di largo respiro storico lascia balenare ampi squarci di rivendicazione privata.

A tal proposito si rimanda anche a quanto descritto dal post del GdL “Librando” .