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Archive for dicembre 2008

Kakfa sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia

Di Francesca Cingoli

Un ragazzino di quindici anni, insofferente al rapporto con il padre e tormentato dalle insidie di un’adolescenza solitaria, scappa da casa, sale su un pullman e cerca una località lontana dove passare del tempo in solitudine. Si dà come nome Kafka e parte. Un vecchio, delicato e ingenuo, ma ritardato a seguito di un incidente da bambino, vive con i sussidi dello stato: si chiama Nakata e di giorno cerca i gatti, con i quali si trova a suo agio al punto da parlarci insieme. Fin qui nulla di strano, se non che Kafka è un insolito bambino ipersensibile, molto intelligente e intuitivo, che parla con un amico immaginario, il suo alter ego cinico e forte, il ragazzo chiamato Corvo: da anni medita la fuga e si è preparato con lucida e inquietante precisione. Sa controllare il suo sguardo, ogni sua emozione, anche il corpo, con un tenace e massacrante esercizio quotidiano. Sembra sapere bene cosa vuole, mosso da una cupa missione, o forse solo dalla ricerca di se stesso. Quando le due storie parallele, di Kafka e di Nakata, sembrano iniziare il loro percorso, prendendo vita e forma, il genio di Murakami Haruki sterza improvvisamente dalla strada tracciata dalla normalità e si tinge di soprannaturale: un’oscura profezia edipica muove i passi e i pensieri di Kafka, bambini svengono nella foresta vittime di un potere invisibile, e Nakata si trova a fronteggiare nientemeno che Johnnie Walker, proprio quello della pubblicità, con cilindro e pantaloni bianchi, che sgozza i gatti e ne divora il cuore, perché deve costruire un flauto per dominare il mondo. Quando Nakata ammazza Johnnie Walker, chi legge inizia a essere percorso dall’inquietudine e si trova a un difficile bivio: cercare di districare il racconto con le armi della razionalità o della logica, oppure mollare gli ormeggi per abbandonarsi alla fantasia surreale di Murakami Haruki. Inutile dire che la strada della razionalità, che naturalmente tenderebbe a guidare la lettura, porta irrimediabilmente alla disfatta. E allora via, meglio non lottare, ma lasciarsi trasportare dal fascino dell’onirico, in una storia di avventura e sogno, ricerca e incubo, per scoprire come Kafka sulla spiaggia riesce a toccare davvero tutte le corde dell’emozione, attraverso la musica di Beethoven e il pop, la poesia classica giapponese, i ricordi e i segreti della memoria. Un viaggio paranormale nei labirinti dell’essere umano, dell’amore e del significato del proprio esistere, guidati dalla ricerca di un approdo: abbandonato al viaggio, il lettore amerà tutto, anche la pioggia di sanguisughe, le prostitute che recitano Hegel, la foresta invalicabile e l’amore per una ragazzina ormai anziana. Per qualcuno l’approdo sarà la morte, per altri un paese di felicità e purezza. Basta saper aprire la pietra – che verrà svelata dal colonnello Sanders del Fried Chicken, lui in persona – per entrare nel mondo che ci aspetta, e che ci accoglie come una tempesta, un vento fortissimo da affrontare a occhi chiusi. Kafka sulla spiaggia è un romanzo incredibile, che procede con abilità funambolica su piani narrativi diversi, contradditori, visionari, nei quali lo stesso autore sembra entrare per la prima volta insieme a chi legge, immaginando e disegnando al momento ogni particolare, con minuzia a tratti ossessiva. Impressionante gioco della mente, un turbinio di immagini che alla fine si riappacifica, permettendo a tutti, personaggi e lettori, maschere vere o immaginate, di accettare i propri fantasmi, lasciando il cuore sussultare soddisfatto.

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non_avevo_capito_nienteDe Silva è l’autore di questo libro piuttosto fortunato commercialmente, che non a caso sta per uscire in versione cinematografica vista la sua dimensione ammiccantemente vicina alla sceneggiatura, più che alla letteratura. Molti hanno insinuato che il libro è nato pensando al cinema.

L’ammiccamento inizia dalla lingua, un lessico a metà tra lo slang del parlato e il manuale di filosofia spicciola da edicola, con pennellate sapienti di partenopeo, che già da sola è uno spot promozionale per il libro.

L’ammiccamento continua nella trama, che traccia con un certo compiacimento un episodio nella vita sgangherata di un piccolo avvocato napoletano irrisolto, padre divorziato part time e legale di piccola fortuna, anche nella sua breve carriera di disincantato difensore di killer della camorra.

Dall’inizio il personaggio sembrerebbe candidarsi ad entrare nell’olimpo degli inetti novecenteschi, ma poi appare chiaro che la luce con cui De Silva lo investe non ha nessuna intenzione di tingersi delle tinte freddine  del sarcasmo.

Per questo sospetto di complicità, ai più tra i lettori è apparso irritante il sorriso dell’autore quando guarda al suo personaggio, sorriso che trapela tra le righe qua e là, dando il sospetto che al suo personaggio l’autore sembri intenzionato a perdonare molto,  invitandoci a a non essere poi così severi con la di lui birichina inadeguatezza morale.

Il personaggio non è piaciuto al gruppo, anche per la sua dimensione tutta terrena,  mai illuminata da un bagliore di idealismo o trascendenza, ma anzi tutto proteso verso la sopravvivenza spicciola anche a costo di camminare con gli scarponi chiodati sulla propria anima; tanto meno sono piaciuti i personaggi satellite, macchiette dipinte come sineddoche di alcuni loro tic, con una tecnica cara ai caricaturisti di strada.

Sullo sfondo il mondo degli oggetti di consumo (i mobiliIkea divengono protagnisti da chiamare per nome, come e più degli umani disumanizzati della storia) fa da specchio a personaggi senza un’anima né una morale, impegnati a tirare avanti come possono sotto il dominio indiscusso degli impulsi primari in una guerra ritualizzata tra marionette sociali.

Unico cameo apprezzato il suo ruolo paterno, lassista e possibilista, a far da contraltare all’ossessività nevrotica della madre (non a caso psicologa, come a sottolineare il contrappasso professionale italiano, dove si opera agli antipodi delle proprie capacità, quasi per far dispetto alle cose).

Particolarmente banale è apparso il finale, dove malgrado le sgangherate avventure forensi, prima assoldato e poi vergognosamente scaricato come legale della camorra, vendica l’abbandono della moglie fidanzandosi con la magnifica preda del tribunale, in un tintinnio di vuoti a perdere che cozzano.

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