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Archive for the ‘Letteratura filosofica’ Category


L’eleganza del riccio, tutto ambientato nel microcosmo di un fastoso palazzo parigino, si presenta come racconto a due voci, quella dell’attempata portinaia, Reneè, e quella dell’adolescente Paloma, figlia di una facoltosa ma stolida famiglia, ed è la storia di un incontro tra due solitudini geniali in incognito.

Entrambe ipersensibili umaniste, disadattate nel meccanicismo dei comportamenti sociali stereotipati, Reneè e Paloma inizialmente vivono le loro vite in incognito ignare l’una dell’altra.
Entrambe artiste del travestimento, tutte impegnate a indossare la caricatura del proprio ruolo come costume teatrale per nascondere la propria diversità, dissimulano abilmente la loro somma passione, la riflessione filosofica, più che una passione, una necessità, un nutrimento, come l’aria che respirano.
In questo, l’autrice ci suggerisce con un sorriso, non potrebbero essere più diverse da quella pletora di personaggi parassiti che passano davanti senza un saluto alla guardiola di Reneè, tronfi intellettuali o politici o accademici, che la cultura la infestano o la invadono per poterla brandire, come status symbol, ai consessi con i loro pari in un rituale quasi animalesco di esibizione di reciproco potere, antichi in questo come i mammiferi progenitori della foresta.

Ecco allora che la snob travestita da coatta Reneè, che si autodescrive bassa, non bella, non giovane, surrettiziamente avvolta in panni dimessi e ciabatte, si trincera come un riccio nella sua guardiola, così stipata di luoghi comuni che diventa difficile a chiunque (figurarsi a chi è accecato dagli stereotipi e non vede realmente oltre la nebbia dei propri pregiudizi), intravedere che nel retro abita indisturbata un’altra Reneè, vorace e raffinata autodidatta, appassionata di Tolstoj e di letteratura russa, instancabile lettrice di testi universitari di filosofia (che addirittura a volte pericolosamente sbucano fuori dalla borsa della spesa, malgrado fossero astutamente occultati da rape o altri ortaggi d’occasione), entusiasta fruitrice di musica classica, cinema d’autore, alta cucina, che consuma in estasi che sfiorano la sindrome di Stendhal.

L’unica a conoscere il suo segreto, ma impegnata a conservarlo con cura,è la domestica portoghese di una famiglia del palazzo, con cui pure l’autrice ribalta con divertimento wodehousiano lo stereotipo della incolta donna delle pulizie: finissima pasticcera, malgrado la cultura modesta è di animo nobile ed elevato, vera esponente dell’aristocrazia artigiana, la cui squisitezza del gusto galleggia senza sporcarsene sulla volgarità borghese della confusione tra l’eccellenza della qualità e l’eccedenza del costo.

Dall’altro capo della scala sociale, ignara, ma sempre più sospettosa e curiosa dell’esistenza di un’anima affine, l’algida e geniale dodicenne Paloma crede di aver capito l’assenza di senso dell’esistenza – “la gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia” – ricavandone un vuoto così raggelante da convincersi di volere farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.

A far da sfondo ruota come una coda di pavone il mondo aristocratico, vanesio, irritante del palazzo: i Pallières, giornalismo gourmande, al sesto piano, i Josse, politica e letteratura accademica al quinto (la famiglia di Paloma), gli Arthens al quarto, i Siant-Nice e i Badoise al terzo, i Meurisse e i Rosen al secondo e i de Broglie al primo.

Finchè, a smuovere le acque immobili della narrazione, solcata solo dai cerchi concentrici delle riflessioni di Renee e Paolma, arriva come deus ex machina una curiosa figura, molto dotata di grazia, di ricco giapponese, che funge da motore della storia, costringendo le due figure in incognito a uscire allo scoperto, e ad incontrarsi e confrontarsi.

E’ stato difficile parlare di un libro al centro di un così rumoroso tam tam mediatico in cui si giustapponevano sciami di fans osannanti e sciami di detrattori.

All’unanimità la figura di Reneè è risultata più credibile e più delineata di quella abbozzata di Paloma, anche nel lessico.

Tuttavia, pur tra le pesantezze letterarie e filosofiche, il rapporto tra le due figure, configurato in forma di staffetta, è stato trovato riuscito, anche nello sviluppo stilistico con un espediente quasi da scrittura musicale.
Antitetiche socialmente quanto inconsapevolmente affini per gusti e letture, le due figure, inizialmente isolate e non interagenti, vengono guidate dall’autrice in un minuetto che le porta a riconoscersi, sotto i rispettivi travestimenti, così da far convergere le due voci soliste in una polifonia, fino farle divergere poi drammaticamente per sempre al colpo di scena finale, ma non prima che ci sia stata tra le due una proficua “contaminazione”.

Come accennato, nel libro abitano pagine e pagine di abbozzate riflessioni filosofiche, più o meno semplificate (Reneè è pur sempre una autodidatta, per quanto acuta e Paloma è pur sempre una dodicenne, per quanto geniale). Queste tante, per alcuni troppe, pagine, volutamente forse a tratti goffe, a volte forse semplicemente non riuscite o non credibili, sul significato della vita, sull’amore, sulla bellezza, sull’arte, sulla giustizia, sono state il momento più criticato da chi non ha pienamente apprezzato il libro, che le ha percepite come appesantimenti che bloccano la storia, la irrigidiscono. Altri hanno invece apprezzato molto la divagazione filosofica su temi così generali quanto appassionanti, criticando se mai a tratti una certa goffaggine stilistica.

Unanimemente non viene apprezzato l’espediente narrativo finale, ritenuto un modo non troppo elegante di sottrarsi alla necessità di sviluppare il complesso intreccio narrativo creato sciogliendolo nel modo più scontato.

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La morte della Pizia si propone come divertissment, ma come sempre in Durrenmatt il divertissment è una crepa a forma di sorriso in un muro alto e troppo vicino a dove vorremmo passare, di cui viene svelata la fragilità e la pretestuosità.

La morte della Pizia è la storia della dissacrazione di un Mito sacro. Al posto dell’eroe dignitoso e vittima del Fato, Durrenmatt ci rifila un Edipo rovesciato, consapevole e lubrico e addirittura desideroso di uccidere suo padre e andare a letto con sua madre. Ma non è il solo rovesciamento che opera.
Anche Giocasta confessa costumi non proprio irreprensibili visto che ci informa che – “innumerevoli uomini l’hanno montata, per non parlare di Prometeo, “quel beone […] che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool”.

Da questi pochi esempi si vede come tra le macerie del consueto fuoco dissacrante della prosa di Dürrenmatt resti una grecità denudata di qualsiasi nobiltà, dove la grandezza del mito viene ridotta a cronache di scaramucce tra personaggi avidi e meschini.

Anche l’istituzione religiosa dei veggenti è spogliata di ogni sacralità e si dimostra nient’altro che un’abile truffa al soldo dei potenti: Tiresia è solo un tirapiedi che maneggia i responsi dell’oracolo in cambio di tangenti su commissione dei ricchi committenti interessati al controllo politico. La protagonista della storia, Pannichide, la pizia delfica, non è che una mitomane vittima dei propri acciacchi e malumori, e inventa storie secondo il personale capriccio del momento.

In questa scena privata della luce mitologica, da cui è scomparso ogni senso del sacro, ogni fede negli dei, su tutto troneggia un cinico razionalismo calcolatore basato sul machiavellismo politico – nel caso di Tiresia – e al totale pessimismo anche se non sistematizzato in alcun sistema filosofico, in Pannichide.

Empii e amorali sono anche gli altri personaggi, vittime del Caso, che nella tragedia di Sofocle il mito illuminava di dignità. Anzi la stessa Pannichide man mano che le si parano davanti ne è un poco nauseata, senza peraltro esser capace di sentimenti più complessi, incapace com’è di una riflessione etica autonoma.

Anche il destino o Fato degli antichi scompare per far posto all’onnipotente Caso che distrugge ad ogni svolta le trame dei deboli sforzi della razionalità umana.

L’uomo di Durrenmatt infatti è più che mai canna al vento in balia del Caso, anzi, senza più leggi morali o sentimenti religiosi, è lo stesso caso a infiltrarsi fino nella sua coscienza svellendo le forze psichiche strutturate per lasciare l’uomo in balia delle forze dell’es, caotico fuoco primordiale della pre-coscienza
Così diversamente dalla concezione degli antichi, i protagonisti della tragedia non sono eroi tragici, coraggiosi soldati nella lotta impari contro il Fato e gli Dei, ma burattini ridicoli, come animali preda delle loro passioni e dei loro impulsi, tuttavia innocenti, perché se non c’è etica né religione non c’è nemmeno peccato, in una luce disillusa che non risparmia niente e nessuno.

Per esempio Meneceo si è buttato dalle mura di Tebe perché non poteva pagare i suoi debiti, e non certo per servire la città col suo sacrificio. Giocasta non si è impiccata per rimorso come tutti credevano, ma è stata uccisa da un amante geloso.

Ma se la riflessione filosofica sull’uomo è nel segno del pessimismo, è un pessimismo che siamo indotti a condividere quando da spettatori onniscienti, Dürrenmatt ci trasforma in figure del dramma in scena, che illusi di conoscere la verità scoprono invece di doverla riguadagnare palmo a palmo mano a mano che l’azione procede, nella totale incertezza della assolutezza di quanto apprendono. Così come ogni personaggio al principio è certo della sua condizione, e questa certezza man mano viene sgretolata, così in questa versione del mito il lettore viene man mano disorientato. Le dinamiche del caso agiscono infatti ad un livello superiore a quello del lettore stesso: è vero infatti che Edipo ha ucciso suo padre per una coincidenza, ma non quella che credeva il lettore, raggirato come i protagonisti dalle mille facce che può assumere la nostra percezione della verità ad ogni svolta.

Per esmpio Giocasta indica il padre del protagonista in una guardia del palazzo; egli viene ucciso dal figlio, poiché faceva parte della scorta di Laio nell’incontro al trivio. Ma come apprendiamo subito dopo, quando a Pannichide appare la Sfinge, Giocasta non è la vera madre, ma la Sfinge stessa, che ha operato uno scambio di neonati nel momento in cui sia il suo figlio che quello nato dall’adulterio di Giocasta stavano per essere destinati a morte. Nonostante fosse a conoscenza dell’accaduto, la Sfinge narra di come si è unita al figlio, senza indugiare troppo in domande, per evitare di “metterlo in imbarazzo”. Nessun senso morale, solo un cinico pragmatismo unito alla soddisfazione dei propri appetiti.

Ad ogni svolta, ad ogni nuovo testimone, quella che pare essere la verità, come una strada troppo curva ci inganna sulla direzione che prende, rivolta le carte in tavola e noi siamo ancora una volta giocati.

Ecco perché il tentativo di Tiresia e Pannichide, nel tentativo di ricostruire gli eventi accaduti, ci appare come un miraggio, che illumina entrambi di una luce comica.
E’ comico Tiresia, fine calcolatore, che crede di poter contrastare il Caso con i suoi piani accuratamente preparati.
E‘ comica Pannichide quando incredula scopre che proprio la sua stupida profezia, pronunciata sciattamente per un capriccioso senso di antipatia per il povero interlocutore, è divenuta mano del caso nel mettere in moto la catena di tragici eventi che tanto dolore apporteranno alla stirpe di Cadmo e agli ingegnosi piani di Tiresia.

Il caso del resto, al contrario del Fato, non ha un disegno intellegibile che possa permettere di sistematizzarlo in una legge o in un piano oggettivi.

Ogni personaggio così costruisce la sua verità ed è pronto a crederci e a difenderla contro tutto e tutti.

E il messaggio di Durrenmatt, nemico di ogni dogmatismo e di ogni fanatismo del pensiero come di ogni illusione della esistenza di una verità assoluta e conoscibile, non può che andare nella direzione di additarci l’inutilità della ricerca della verità, come della pena di Sisifo: per questo ci lascia ammonendoci che “la verità esiste solo nella misura in cui la lasciamo in pace”.

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