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Posts Tagged ‘Letteratura contemporanea’


La morte della Pizia si propone come divertissment, ma come sempre in Durrenmatt il divertissment è una crepa a forma di sorriso in un muro alto e troppo vicino a dove vorremmo passare, di cui viene svelata la fragilità e la pretestuosità.

La morte della Pizia è la storia della dissacrazione di un Mito sacro. Al posto dell’eroe dignitoso e vittima del Fato, Durrenmatt ci rifila un Edipo rovesciato, consapevole e lubrico e addirittura desideroso di uccidere suo padre e andare a letto con sua madre. Ma non è il solo rovesciamento che opera.
Anche Giocasta confessa costumi non proprio irreprensibili visto che ci informa che – “innumerevoli uomini l’hanno montata, per non parlare di Prometeo, “quel beone […] che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool”.

Da questi pochi esempi si vede come tra le macerie del consueto fuoco dissacrante della prosa di Dürrenmatt resti una grecità denudata di qualsiasi nobiltà, dove la grandezza del mito viene ridotta a cronache di scaramucce tra personaggi avidi e meschini.

Anche l’istituzione religiosa dei veggenti è spogliata di ogni sacralità e si dimostra nient’altro che un’abile truffa al soldo dei potenti: Tiresia è solo un tirapiedi che maneggia i responsi dell’oracolo in cambio di tangenti su commissione dei ricchi committenti interessati al controllo politico. La protagonista della storia, Pannichide, la pizia delfica, non è che una mitomane vittima dei propri acciacchi e malumori, e inventa storie secondo il personale capriccio del momento.

In questa scena privata della luce mitologica, da cui è scomparso ogni senso del sacro, ogni fede negli dei, su tutto troneggia un cinico razionalismo calcolatore basato sul machiavellismo politico – nel caso di Tiresia – e al totale pessimismo anche se non sistematizzato in alcun sistema filosofico, in Pannichide.

Empii e amorali sono anche gli altri personaggi, vittime del Caso, che nella tragedia di Sofocle il mito illuminava di dignità. Anzi la stessa Pannichide man mano che le si parano davanti ne è un poco nauseata, senza peraltro esser capace di sentimenti più complessi, incapace com’è di una riflessione etica autonoma.

Anche il destino o Fato degli antichi scompare per far posto all’onnipotente Caso che distrugge ad ogni svolta le trame dei deboli sforzi della razionalità umana.

L’uomo di Durrenmatt infatti è più che mai canna al vento in balia del Caso, anzi, senza più leggi morali o sentimenti religiosi, è lo stesso caso a infiltrarsi fino nella sua coscienza svellendo le forze psichiche strutturate per lasciare l’uomo in balia delle forze dell’es, caotico fuoco primordiale della pre-coscienza
Così diversamente dalla concezione degli antichi, i protagonisti della tragedia non sono eroi tragici, coraggiosi soldati nella lotta impari contro il Fato e gli Dei, ma burattini ridicoli, come animali preda delle loro passioni e dei loro impulsi, tuttavia innocenti, perché se non c’è etica né religione non c’è nemmeno peccato, in una luce disillusa che non risparmia niente e nessuno.

Per esempio Meneceo si è buttato dalle mura di Tebe perché non poteva pagare i suoi debiti, e non certo per servire la città col suo sacrificio. Giocasta non si è impiccata per rimorso come tutti credevano, ma è stata uccisa da un amante geloso.

Ma se la riflessione filosofica sull’uomo è nel segno del pessimismo, è un pessimismo che siamo indotti a condividere quando da spettatori onniscienti, Dürrenmatt ci trasforma in figure del dramma in scena, che illusi di conoscere la verità scoprono invece di doverla riguadagnare palmo a palmo mano a mano che l’azione procede, nella totale incertezza della assolutezza di quanto apprendono. Così come ogni personaggio al principio è certo della sua condizione, e questa certezza man mano viene sgretolata, così in questa versione del mito il lettore viene man mano disorientato. Le dinamiche del caso agiscono infatti ad un livello superiore a quello del lettore stesso: è vero infatti che Edipo ha ucciso suo padre per una coincidenza, ma non quella che credeva il lettore, raggirato come i protagonisti dalle mille facce che può assumere la nostra percezione della verità ad ogni svolta.

Per esmpio Giocasta indica il padre del protagonista in una guardia del palazzo; egli viene ucciso dal figlio, poiché faceva parte della scorta di Laio nell’incontro al trivio. Ma come apprendiamo subito dopo, quando a Pannichide appare la Sfinge, Giocasta non è la vera madre, ma la Sfinge stessa, che ha operato uno scambio di neonati nel momento in cui sia il suo figlio che quello nato dall’adulterio di Giocasta stavano per essere destinati a morte. Nonostante fosse a conoscenza dell’accaduto, la Sfinge narra di come si è unita al figlio, senza indugiare troppo in domande, per evitare di “metterlo in imbarazzo”. Nessun senso morale, solo un cinico pragmatismo unito alla soddisfazione dei propri appetiti.

Ad ogni svolta, ad ogni nuovo testimone, quella che pare essere la verità, come una strada troppo curva ci inganna sulla direzione che prende, rivolta le carte in tavola e noi siamo ancora una volta giocati.

Ecco perché il tentativo di Tiresia e Pannichide, nel tentativo di ricostruire gli eventi accaduti, ci appare come un miraggio, che illumina entrambi di una luce comica.
E’ comico Tiresia, fine calcolatore, che crede di poter contrastare il Caso con i suoi piani accuratamente preparati.
E‘ comica Pannichide quando incredula scopre che proprio la sua stupida profezia, pronunciata sciattamente per un capriccioso senso di antipatia per il povero interlocutore, è divenuta mano del caso nel mettere in moto la catena di tragici eventi che tanto dolore apporteranno alla stirpe di Cadmo e agli ingegnosi piani di Tiresia.

Il caso del resto, al contrario del Fato, non ha un disegno intellegibile che possa permettere di sistematizzarlo in una legge o in un piano oggettivi.

Ogni personaggio così costruisce la sua verità ed è pronto a crederci e a difenderla contro tutto e tutti.

E il messaggio di Durrenmatt, nemico di ogni dogmatismo e di ogni fanatismo del pensiero come di ogni illusione della esistenza di una verità assoluta e conoscibile, non può che andare nella direzione di additarci l’inutilità della ricerca della verità, come della pena di Sisifo: per questo ci lascia ammonendoci che “la verità esiste solo nella misura in cui la lasciamo in pace”.

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Il romanzo, scritto in prima persona dal protagonista, ruota attorno alla figura di Amin, medico palestinese che a Tel Aviv ha faticosamente costruito una personale storia di successo sociale ed economico, in un’autoaffermazione che per lui è anche raggiungimento di un compromesso simbolico nel segno della scienza e dell’amore per la vita, vissuti come il ponte per superare e seppellire il millenario odio razziale e il conflitto etnico.

Lo scenario improvvisamente si stravolge durante uno dei tanti episodi di esplosione di odio incontrollato, quell’odio che Amin ha saputo così abilmente dominare e incanalare nella speranza di una nuova alleanza.

Durante una vacanza della bella moglie, fulcro decorativo del suo inesplorato universo affettivo, esplode una bomba nel bel mezzo di una festa di adolescenti in un ristorante di Tel Aviv. E’ un massacro. Opera di un kamikaze. In ospedale scatta l’emergenza, un’emergenza che è quotidianeità in Israele.

Arrivano feriti, corpi maciullati, cadaveri. Il chirurgo non si risparmia. Per tutto il giorno e gran parte della notte resta in sala operatoria, passando da un corpo all’altro. Cercando di salvare vite. Alla fine di una giornata interminabile torna a casa stanco e vuoto. La moglie non è tornata. La casa è vuota, come lui. La polizia lo sveglia poco prima dell’alba.

Devono parlargli. Si trova bruscamente di fronte una realtà ancora più dura di quella che ha lasciato in ospedale e che ha ancora negli occhi e sulla pelle.

Sua moglie si è fatta esplodere. Sua moglie è l’attentatrice.

Il medico arabo lodato dai colleghi ebrei per la sua capacità professionale, per l’abnegazione al lavoro e la disponibilità al confronto, diventa per tutti solo il marito della terrorista.

Colpevole agli occhi dei più, malgrado la sua inconsapevolezza, di complicità. Un uomo da evitare, da isolare.

Tutto l’orrore che Amin aveva voluto illuministicamente allontanare da sè come rappresentazione delle pulsioni di odio razziale incontrollate, delle faide etniche, entra prepotentemente nella sua vita con la forza di un bulldozer. L’intelligente medico, l’abile professionista, il razionale scienziato, è tornato canna al vento, è ridiventato pedone in balia della Storia.

Ma è anche la rivendicazione di un mondo primitivo e tormentato da lui volutamente dimenticato nel segno di una volontà di superamento dell’odio che, ci suggerisce l’autore, è forse anche egoistica volontà di strapparsi al peso e alle responsabilità della storia, quella dei popoli e anche la propria storia personale. La Storia come un sistema ricco di energia interna, non può compiere salti impossibili per il proprio stato dinamico, tutte le forze in campo e tutta l’energia imprigionata nel sistema vanno agite fino in fondo e nessun individuo può ignorarle o pensare di arginarle con il fragile paravento della propria razionalità e dei propri egoistici bisogni di pace se i popoli attori, con uno sforzo titanico non hanno trovato il modo di incanalarle e renderle motore per i loro progetti. La Storia procede come una slavina impazzita e guai a chi si trova sulla sua traiettoria.

La discussione sul libro è stata molto feconda, anche se diversamente da altri casi il confronto è avvenuto su posizioni abbastanza vicine.

A giudizio unanime l’identità maschile che si cela dietro lo pseudonimo è facilmente smascherabile.

Nella discussione viene stigmatizzato da più parti il narcisismo egocentrico del protagonista che su una vicenda di largo respiro storico lascia balenare ampi squarci di rivendicazione privata.

A tal proposito si rimanda anche a quanto descritto dal post del GdL “Librando” .

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